questo non e' un sonetto
come le cose che si rimandano
(domani, non ora, non son capace)
dalla memoria prima o poi saltano
fuori, e ci rovinano la pace
mentale, sempre che ne possediamo.
come quel pensiero che ci dispiace,
quello che puntigliosi noi archiviamo
in un cassetto da dimenticare,
chiuso con una chiave che gettiamo
nel mucchio delle robe poco care.
come notti passate a sentinella
per il pulsare folle di un molare
oppure ripensando alla novella
dell’aneurisma tuo o d’un tuo vicino,
o ancora vomitando a garganella.
così non ci coglie il repentino
cambiare della storia: non sorpresi,
noi rossi e blu nel nostro bigliardino,
avanti indré, toc! spoc! per giorni e mesi,
per anni, lustri, epoche, per vite
maledette e dedite ad un’ascesi
comica e negletta, fra idee smarrite
e posti dove stare, sgarbi avventati,
autolesioni, parole tradite...
deboli, spenti, pure delicati,
colpiti nel profondo da noi stessi
mentre colpiamo gli altri da spietati,
inconsci o consapevoli o depressi.
amleto non risolse la questione,
vogliamo farlo noi, che siamo fessi?
ci basti nostra gastrocombustione:
scusarsi non si può per ogni torto,
né pianger la mancata ribellione.
per vostra informazion, sonetti è morto.
sonetto piogge calde a fine primavera
mi passo le serate ad ubriacare
di libri, cibo ed alcoli a piacere.
le spalle mi continuano a dolere,
nuotare tante vasche mi fa male.
vegeto sul terrazzo: l’ideale.
guardo la siluetta di un cantiere,
ad intervalli levo il mio bicchiere,
lontano dalla porta e dal bussare.
ma piove, piove ed è continuo schianto
di gocce su di me e sul mio balcone:
esplodono nel poco loro peso,
ogni esplosione le trasforma in pianto.
monsoni a giugno, strana la stagione,
che pure il tempo infine si sia arreso?
sonetto con istinti suicidi
se lo stipendio serve solamente
al pane e a trastullarsi l’ombelico,
se solo sei nel mezzo della gente
e manco indossi uno straccetto fico,
se il tempo ti divora inconcludente
e non lo sai spartir con un amico,
se piangere non serve proprio a niente
se non a riportarti a un evo antico,
se questo ed altro sotto il ciel d’aprile
o sopra i cieli in una fusoliera,
o stanco in un riflesso di vetrina,
o steso a letto a digerire bile:
il dubbio sempre viene verso sera,
che serve allora alzarsi la mattina?
sonetto ascoltatemi adesso
ti trovo bene, sai, e tu ti vedi
bene, che fai, che dici, le fossette
nelle guance, quest’anno maglie strette,
succo d’arance, ma tu poi ci credi,
e stare attento a dove metti i piedi,
fotoritocco e immagini perfette,
la nuova moto, poche biciclette
nelle strade, se solo lo concedi
ne parliamo, se ti degni quel tanto,
ma i fiumi sono in secca già di brutto,
eppure lo sapevo così forte,
poi forse, sì, può darsi che abbia pianto,
le cose sono sparse dappertutto,
le ore passan sempre troppo corte.
(le minigonne morte,
c’è un saldo in centro, forse un fallimento,
ma code e parcheggiare che tormento,
un caldo da spavento,
per giugno lo si aspetta appiccicoso,
ma adesso il temporale, che curioso.)
sonetto dei fili del bucato
i fili del bucato van puliti
con cura, quando l’inverno finisce,
ché la polvere, ché i detriti
delle ciminiere lasciano strisce
sul bucato, su lenzuola e vestiti,
e se il cambio di stagione sfinisce
di suo, se il caldo ci lascia basiti
di marzo, quando qualcosa ferisce
i panni lavati di fresco, siamo
feriti anche noi. così, si passa
la spugna umidiccia sui fili stesi
fra i rebbi verdi, per i giorni attesi
del sole e delle pulizie di massa,
a cui per ritual ci dedichiamo.
(dicon sopravviviamo?
se va l’inverno e viene primavera
meglio pulir, prima che torni sera.)
sonetto spaccatesta
staccalatesta, buttala lontano,
distogli dai pensieri i tuoi pensieri,
che già pensar lo fai malvolentieri:
sei lucido a livello di un alano.
staccalatesta, vattene lontano,
prenditi un anno di pensieri veri:
sabbatico a giocare all’alighieri,
in riva al mare oppure da gitano.
dice la posta amica, testastacca!
ti mangi dal di dentro ad occuparti
di questo e quello e tutto senza requie:
non c’invitar domani alle tue esequie…
ma ecco un altro mail viene a bussarti.
la testa guarda ancora e poi si spacca.
sonetto al semaforo
fermandomi al semaforo, sovente,
per istinto mi giro a contemplare
fra le auto attorno, quella qui adiacente,
e il volto dei sodali d’aspettare.
si gira il mio vicino immantinente,
lo sguardo mio indiscreto a ricambiare:
contatto breve, quasi un accidente,
entrambi ritorniamo ad aspettare.
che cosa si confronta? che si busca?
di fronte a noi cammini a noi consueti,
di fianco a noi destini similari.
lo sguardo si dissolve, si va in crusca,
ci lascia ancora soli e nulla lieti:
ci rivedremo un giorno. sì, magari.
sonetto retorico (in mezz'ora)
i tropi del mio dire son complessi.
spesso onomatoparlo, da fumetto,
e c’è chi non mi ascolta con diletto:
gente che pasce sol di parallassi,
che dentro dell’occipite ci ha i sassi
ma ne ricava fama e stipendietto.
ogni sintagma che sta nel mio detto
me lo proteggo e curo contro d’essi!
se fossi tu nella mia metonimmia
sinestesia totale ti farei:
assaggia sulla pelle i polpastrelli
e annusa questi rantoli da scimmia.
pensier da anadiplosi sono i miei,
miei sono sogni inquieti e niente belli.
sonetto quanto durano le cose
il detersivo per i piatti dura più
di un anno: una goccia sulla spugna,
ché da pulire non c’è poi ‘sta sugna,
se dentro i piatti mangi solo tu.
l’insalata nel frigo alcuni giorni,
un divano svedese anche degli anni,
un motore finché regge ai suoi affanni,
infinita la carriera se non storni.
il dolore un istante od una vita,
ma come canta quello, ci fai il callo.
quell’altro, una vita od un istante
e chissà se ti abitui alla ferita.
torno a tuffar le mani nel lavello:
il mio sapone è ancora traboccante.
sonetto di nuovo in risposta a giulio m.
allora tutto quello che aspettiamo,
giulio, è consunzione, come amleto,
e l’eterno del byte non è che un amo
che ci penzola avanti, cheto cheto,
e noi malgrado tutto gli abbocchiamo.
memorie pubbliche, senza segreto
apparente, in cui ci trapiantiamo:
saranno solamente un sepolcreto.
ronzio di transistori, grandi fuochi,
platone sopravvisse, noi furiosi
nostra stagione viva e il suon di lei
tentiamo di eternar con questi giochi.
intanto le parole fan meiosi,
e vanno sulle scie degli alisei.
sonetto in risposta a giulio m.
ma quel rumore, giuliomozzi, sperso
nei dischi duri delle sale dati
dove i nostri momenti cucinati
(pagine, voci, foto, memoriali,
versi sciancati e narrazion seriali)
si stanno e stanno pure backuppati
su nastri tutti ben catalogati,
che fine fa di dentro all'universo?
la fine nostra, ti verrà da dire,
ma quel che resta in terra disse il tale
è la memoria dentro a chi succede.
supporti in terabyte, gran divenire,
è la memoria che si fa frattale
e che dopo di noi niente ci chiede?
sonetto m'illumino
m’illumino di meno, soddisfatto.
spengo il pc, non prendo l’ascensore,
m’impegno per non essere distratto:
la lampadina accesa è disonore.
la sera resto al buio, come un matto,
digiuno, con un po' di batticuore:
il letto non sarebbe così sfatto,
ci fosse solamente il tuo calore.
m’illumini di più, ma ho spento tutto!
gtalk, il cellu, il router, cosa fare,
come mi arriva il cenno tuo d’assenso?
mi siedo, calmo e gesso, qui ti aspetto.
un bruco striscia a passo balneare.
io penso a te e m’illumino d’immenso.
sonetto più di cinque cose che non sai di me
di me probabilmente ne so meno
di quanto tu. mi piace il pavimento,
anzitutto: mi sdraio, son contento,
dici poco? viaggiavo molto in treno,
poi ho smesso, adesso viaggio troppo,
e questo lo si sa: vorrei di meno,
ma la mia volontà non è un baleno.
dormo nel letto come fossi un groppo.
io, sono di quelli che non perdono
la pazienza. mi piacciono le cose
più sceme, tipo fare il giocoliere.
io, sono di quelli che non spendono.
io, nella torta ci metto la dose.
io, se sopravvivo è solo sedere.
sonetto spirito di natale
vorrei aver qualcosa per natale,
altro da fare dentro questi panni,
invece del consueto rituale
che mi flagella come tutti gli anni.
ancora con la posa antisociale!
è vero, sono solo un finto zanni
che si lamenta stupido e banale,
borbotta il suo bla bla ma non fa danni.
ci vuoi pisciare sopra? forza, fallo!
dall’alto dell’abete sul presepe,
schernendo tutti, stanchi ed arrabbiati,
dispersi dei regali dentro il ballo.
ma ogni pensiero porta le sue crepe:
rimpianti di pacchetti in tempi andati…


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