sonetto del casino della vita che fa cambiare tutto d'improvviso anche le cose che sembravano sicure
se dico gran casino, questa vita,
non credo di dir cosa troppo nuova:
che così sia c'è più di qualche prova
e a volte pare che non ci sia uscita.
tirarsi fuori, convertirsi a asceta?
cercare qualche idea che un po' ci smuova,
che tiri fuor del ventre ciò che cova,
provare almeno a fingersi poeta...
certo che questa vita è un gran casino,
ciò che più sembra certo all'improvviso
si rompe, cambia, fugge, si svapora.
amici, via, non fate quel faccino:
nulla è mai certo, niente mai deciso,
comunque è bello respirare ancora.
sonetto del cazzeggio in ufficio
seduto qui al mio posto ho dei momenti
in cui non riesco più a produrre manco
un pensiero degno, già che son stanco
di consumar neuroni in argomenti
che più, che men, m'estraggono lamenti,
mi turban l'intestino, fitte al fianco
mi creano, finché di fatica sbianco
e chino il capo senza complimenti.
così dentro l'ufficio io cazzeggio:
ci passo le mezz'ore a testa scossa,
inganno il mio cervello, l'addormento.
ma vivere così, dentro un parcheggio,
che gioia mai non dà alle stanche ossa,
è forse gettar via nostro talento?
sonetto che domani torno a casa
come far rima con le rotte palle?
son poche le parole ch'io ritrovi
per assonar con li miei stanchi ovi,
sulla cui tomba recherei le calle.
mi tocca trascinare con le spalle
siccome fanno in altri loci i bovi
basti pesanti e sempre tutti novi:
tant'è lo stress che mi diventan gialle.
fortuna vuole che domani torni,
io finalmente me ne riedo a casa:
ho poco sonno ad aspettarmi in volo,
ma dopo ormai fin troppi grigi giorni
non è certo il viaggiar che me le brasa.
ritornerei con un biciclo a nolo.
sonetto che parla dell'undicesimo giorno oltremare per lavoro (e dei fusi orari)
di qua sale lento un verso notturno
spento nel sonno delle vostre luci:
qualche lamento, certi pensier truci,
fuor del dipartimento taciturno
se n'escono e se ne vanno attorno
a ricercar per riscaldarsi braci,
qualcuno che li accolga con dei baci,
un posto che non sembri un altoforno.
ohi, starsene a passeggio sul lungarno,
dove ogni gorgo gira in senso giusto
e in cielo forse occhieggia la Polare...
dormendo in un gabbiano mi reincarno
le penne e poi le ali mi raggiusto
e almeno in sogno valico 'sto mare
sonetto del sabato mattina in ufficio
s'è passatempo tutta nostra vita
a chiedermi talora mi sorprendo:
mi chiedo e non rispondo, perché orrendo
è il tempo che si fugge dalle dita
come sabbia, come una preda ambita
che se ne scappa dal laccio fremendo.
siamo ubriachi, forse, che bevendo
dimentican la schiena ringobbita?
se tutta nostra vita è passatempo
allora che si passi nell'ufficio
oppure a far la spesa, che ne cale?
la vita forse è tutto un contrattempo,
fare la spesa è solo un maleficio:
in somma, siam comparse sul fondale.
sonetto mediamente isterico che c'entra l'estate ma non solo (26/07/03)
fatti non foste a viver come bruti
diceva un tale che ci ricordiamo.
ma quel consiglio sempre lo seguiamo
coi nostri cari cervellini acuti?
paremi che dentr'un tritarifiuti
i nostri bei neuroni conferiamo
noialtri che al lavor ci consumiamo
con cura e impegno finché deceduti.
siamo noi fessi, forse è il mondo strano,
finché non te n'accorgi non va male;
eppure di vita avremmo frenesia
pulsante dentr'il cor con gran baccano.
invece il globo sembra un ospedale
in cui siam sempre sotto anestesia.
sonetto più ottimista dell'estate che sta là fuori mentre noi stiamo qui dentro l'ufficio (26/06/03)
siam spenti dentro laghi di sudore,
siam bianchi come cenci candeggiati:
ma forse che non siamo destinati
ad un futuro che sarà migliore?
sentite per la schiena un pizzicore,
come se foste in spiaggia stravaccati
con modi e voglia e tempi da neonati,
facendo un tubo senz'alcun pudore!
buttate poi lo sguardo tutt'intorno:
non male, vero, questo panorama?
ma presto o tardi arriva la vacanza
che porta via dal luogo disadorno.
destino vuole che di nostra brama
sia sempre troppo breve la quietanza.
sonetto dell'estate calda mentre noi siamo al lavoro (25/06/03)
già che fa caldo, poco me ne cale,
ché dentro il frigo servo molto ghiaccio:
solo vorrei dormirmela all'addiaccio,
la notte, sotto il suon delle cicale.
inver fa caldo e molto mi fa male,
ché il frigo vedo tardi e mi dispiaccio:
sto nell'ufficio e ivi tumefaccio,
lavoro e sudo in forma maniacale.
fuor c'è l'estate, vi rendete conto?
dai vetri impolverati s'intravede.
ci cerca e chiama, noi ci nascondiamo
e non se ne comprende il tornaconto.
di vita e di lavor siamo le prede:
e infin comunque tutti ne moriamo.
sonetto della pausa pranzo
a noi ci piace fare pausa pranzo
chi se la nuota, chi se la strafoca,
chi più stressato pigliasi 'na coca;
e poi c'è chi digiuna come bonzo.
che vita strana, che grande romanzo
è nostra sorte, che petto c'infoca:
la nostra libertà si fa più fioca
via che del tempo resta solo avanzo.
andiamo dunque lieti al refettorio,
paghi tuffiamoci nella piscina,
pensando di noi stessi abbiam governo.
se poi crediamo siamo in purgatorio,
e quest'idea comunque non fascina:
hai visto mai, non è che sia l'inferno?
sonetto agostano che prima o poi si va in vacanza, nevvero? (06/08/03)
tutti al lavoro anche se meno duro
gia ché d'agosto ognun lavora meno;
così ci dicon, ma io non son sereno
e nel pensarlo faccio alcun scongiuro:
che del lavor infin s'infranga il muro,
che si risorga a mo' di nazareno,
che se ne fugga sopra un palafreno,
che il sol su noi risplenda duraturo.
passa alcun tempo e altrove sollazziamo,
poi si ritorna e nulla invero cambia:
s'infila nuovamente il collo al giogo,
ma con le ferie al PIL partecipiamo.
sono un cavallo che a fatica ambia,
nel verso del sudor faccio lo sfogo.





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