sonetto delle fotografie
scatto fotografie continuamente
a tutti i volti che mi stanno attorno
sperando che col volgere del giorno
le foto li riportino alla mente.
antiche ne conservo, certe stinte,
a cui mi garba ancora far ritorno:
sono memorie con cui mi frastorno
pascendomi di vita avidamente.
dove guardavi in quel momento bello
e che sorriso aveva chi scattava?
io tengo stretto in mano il tuo ritratto,
anche se non svanisce dal cervello.
il tempo intanto nuove rughe scava:
senza le foto, io sarei già matto.
sonetto primum vivere
occupa il tempo, dai, fai qualche cosa.
io l'occupo il mio tempo, a modo mio:
qui nell'ufficio litigo con tutti
per non lasciar la mente inoperosa,
compongo qualche rima un po' bizzosa,
di notte ascolto il cigolio del letto,
bevo la birra mascherando i rutti.
si può negar che faccia qualche cosa?
mi vesto, mangio, guido, lavo i denti,
lavoro con il solito trasporto,
ascolto jazz e qualche libro leggo.
se sono vivo non che mi lamenti,
anche se spesso sento il fiato corto
giacché da solo tutto il peso reggo.
sonetto della torta
vorrei fare una torta questa sera,
ché l'impastare un dolce mi fa bene,
mi toglie dal cervello la pressione,
mi dà respiro come in primavera.
farina, burro, zucchero, tortiera:
qualche strumento ancora mi conviene,
ma soprattutto serve la passione,
magari un po' di crema pasticcera...
poi va da sé che quando sia ben cotta
se non si mangia è buona da buttare:
però a mangiarla soli, che tristezza.
intorno non ho poi sta grande frotta,
e poi mi manca chi possa assaggiare
se la mia torta porti la dolcezza.
sonetto della carriera
chissà che non ci arrivi, questa volta,
a farla veramente, la carriera.
me lo dicevan proprio l'altra sera
in un sussurro in rete: dai, ascolta,
non è che in quella terra capovolta
ti daran l'ordin della giarrettiera?
stai diventando un boss, ne sarà fiera
la mamma e tutta la famiglia sciolta.
sarà di latta o d'oro, la medaglia,
verran diplomi o scranni di velluto,
più me li vedo e meno me ne cale:
non son diverso da colui che raglia
e dalla stalla forte chiama aiuto,
ché la sua biada adesso gli fa male.
sonetto dei miei sbagli
non posso farci niente, mi detesto,
per quanto ho fatto, ma più pel non fatto,
per quando faccio male da distratto,
perché non c'ero, pur essendo desto.
non è solo rimorso, nè un pretesto
per due scusanti che non voglio affatto:
non è penoso questo autoritratto,
né pietà imploro in questo palinsesto.
quanto farei diverso, se potessi,
ma quanto non rimpiango ogni mio sbaglio:
finché son vivo so che ogni mio errore
non ci sarebbe se non respirassi.
ciò spergiurato, torno al mio bagaglio
che passo passo trascino nel cuore.





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