sonetto della cena aziendale
c'è un nuovo incarico da completare:
la cena di natale è tradizione
che chiede di rifar la selezione
del ristorante dove festeggiare.
ci son reparti che vanno a ballare,
tutti in trenino senza soggezione
col grande capo della direzione:
loro lo sanno come sollazzare!
noialtri preferiamo i vecchi riti,
la tavola imbandita a cui contare
rispetto all'anno scorso quanti siamo.
gli esuberi, si sa, sono spariti,
chissà se val la pena di brindare:
finché non tocca a noi, sopravviviamo.
sonetto anticipato dei doni di natale
sappiam che non esiste santa claüs:
perché darsi da fare ad esser buoni?
ché tanto noi da soli i nostri doni
ce li compriam con un cliccar del mouse.
ne possiam fare a meno, quindi: raüs!
ai buoni sentimenti e alle intenzioni:
spazziamo via da noi queste finzioni,
che tanto non esiste santa claüs.
risparmi i francobolli ed anche il peso
di scriver sulla carta se sei stato
buono, cattivo, almeno un po' felice...
ci pensi su? dai, non sentirti teso,
che quel che sei l'hai già dimenticato:
scarta i tuoi doni e poi riposa in pace.
sonetto di metà novembre
che ci agitiamo a sera come sciame
è cosa naturale: c'è l'avviso
che già viene natale, a pié deciso,
e di una festa vera abbiamo fame.
ed eccola la mandra del bestiame
che sbanda in marcia verso il paradiso
a testa bassa, nascondendo il viso;
e dove passa manco resta strame.
sian fatti santi tutti i dì di festa
nei santuäri di periferiä
che officiano le offerte di stagione.
tanto per sopravviver cosa resta?
sarebbe un gesto di iconoclastiä,
sputare in faccia a questa religione.
sonetto della valutazione aziendale
a fin dell'esercizio, com'è noto,
l'azienda deve tutti valutare,
con dei giudizi per discriminare
se tu sia ancora tirapié devoto.
c'è chi la piglia come un terremoto,
chi se ne frega in stile balneäre,
chi finirà sgozzato sull'altare,
offerto all'efficienza come voto.
son gli obiettivi stati avvicinati?
stoffa di capo oppure esecutore,
e dentro il gruppo si sa far valere?
come a sei anni siamo esaminati:
recita la poesia a questo signore,
poi torna a posto, zitto, lì a sedere.
sonetto del lego
io sto con la mia scatola di lego
seduto sul tappeto della stanza;
ho pezzi colorati in abbondanza
che monto, smonto, guardo, mordo, piego.
quelli che non incastro li reimpiego
e li combino tutta notte a oltranza
finché di qualche forma d'eleganza
finalmente gratifico il mio ego.
ringrazio per la scatola la sorte
che il tempo di giocare non si chiude
per quanto passi ratto il tempo miö.
la scatola la pongo in cassaforte,
quando ritorno nella mia palude:
ma quando gioco, io mi sento un diö.





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