sonetto delle agende
riapriamole le agende, se vogliamo,
perchè è di nuovo tempo di bilanci:
sappiamo raccontare degli slanci,
della passione in questo tempo gramo?
oppure il nostro cuore lo appendiamo
a rinsecchire al cielo con dei ganci,
siccome ormai a fare dei rilanci
su nostra sorte non ce la facciamo?
buon anno nuovo, inizia un altro giro,
chissà se avremo forza di vegliare
che sol chi veglia vede il cambiamento.
adesso prendo appunti con la biro,
mi segno quel che voglio realizzare:
quel che può cancellare il mio scontento.
sonetto dello stipendio (o del 27)
ci compri quel che vuoi con lo stipendio,
oggetti, sesso, titoli di stato...
taluno si è comprato un granducato:
importa solo farne buon dispendio.
a non usarlo sembra vilipendio
di te stesso, sembra che sia peccato,
ti guardan come fossi scostumato.
è peggio che bruciarlo in un incendio.
ci compri quel che vuoi, ma non sai cosa,
ché il desiderio giace insonnolito
e non ti stuzzica a firmare assegni.
e chi lo spende e spande senza posa
ti sembra dalla sorte favorito:
tu sei di quelli che non sono degni.
sonetto di santo stefano
ce n'è di tempo vuoto il dì di festa,
che per riempirlo non sai come fare:
quando hai finito di telefonare
ti accorgi che altrettanto te ne resta.
cerchi dei trucchi per distrar la testa,
che sian compagni fino al desinare,
ma dopo ti ritrovi in alto mare,
che non hai voglia manco di una siesta.
senza il lavoro sembri naufragato
nel mondo vero repentinamente,
dal quale da un bel pezzo già mancavi.
così per casa rotoli annoiato,
visto che il cosmo tuo non t'offre niente:
e non sai manco tu quel che cercavi.
sonetto buon natale
non ditemi stavolta buon natale
che così buono poi non mi risulta
giacché mi tira addosso a catapulta
ricordi a tonnellate che fan male.
io rimarrei in posizion fetale
per tutto il giorno in una buca occulta:
comprendo ben che non è mossa adulta,
però non riesco a sollevar boccale.
ma siano tanti auguri a tutti quanti:
annegherò i pensieri nel torrone
e fingerò di aver di che gioire.
ma chi mi guarda sa, non ci son santi,
che do gran sfoggio di recitazione,
e che sto giorno non mi fa guarire.
sonetto del dramma
ognun di noi reca con sé il suo dramma
e cerca solo come raccontarlo
giacché gli scava dentro come un tarlo
da che lo mise al mondo la sua mamma.
ma se quel che sa far è un crucigramma
che a tutti suona come fosse un chiurlo,
ci sarà mai qualcuno che quell'urlo
lo legga come fosse un telegramma?
il fatto è che non so comunicare.
me l'hanno detto le più varie fonti
ognuna degna del miglior rispetto.
ed alla fine viene da abdicare,
tagliando bruto con il mondo i ponti:
però si sa che non gli fa dispetto.
sonetto della dieta natalizia
babbo natal, tu non sei dimagrito,
anche se quasi si era chiuso un patto:
dovremo eliminare dal tuo piatto
le calorie del cibo più condito.
or te lo scordi il panetton farcito,
ed il torrone disparisce ratto
e lo zampon, l'arrosto di cerbiatto,
ed il cicchetto che alla fine è rito.
se non ti metti in forma, caro mio,
finisci come tanti esuberanti,
prepensionato se non ti va male.
e non importa quanto tu sia pio,
che al posto tuo ne posson metter tanti,
con un bel contrattino trimestrale.
sonetto che ormai
ormai ti fo paura. ce l'ho scritto
sulla faccia che non son più lo stesso,
che il tempo m'ha cambiato. così adesso
ti guardo e posso solo stare zitto.
non posso non sentir che son sconfitto,
che sto buttando infine dentro il cesso
ogni speranza antica di regresso:
e ciò mi lascia ancora più trafitto.
a darmi vinto, io non mi rassegno,
a costo di picchiare contro il muro
la testa fino a spargere il cervello.
e chi mi dice di darmi un contegno,
io lo strapazzo a modo di tamburo:
così si tace, il tristo saputello.
sonetto dell'albero di natale in ufficio
c'è un alberello sulla scrivania
della collega dell'ufficio acquisti:
un nano verde con le palle tristi
che sembra pronto per l'epifania.
natale viene, con la sua allegria,
per gli sfigati e per i carrieristi,
per noi in ufficio e per gli elettricisti
e per gli addetti all'alberomachia.
a me il nanetto verde fa impressione,
sintetico e silente, frastornato
fra il fax ed i cassetti della posta.
però son io che son fuori stagione,
con questo umore così squinternato:
ma sto natal mi sembra una batosta.
sonetto del solstizio
fa freddo, freddo cane, da morire,
ho freddo, freddo, freddo... così tanto
che quasi sento cedere, di schianto,
tutta la voglia che ho di rifiorire.
il gelo che mi tiene fra le spire
cerca di addormentarmi con un canto
da sirena, per dopo al camposanto
trascinarmi. come potrà finire?
dovre' andare in letargo, come fanno
tanti animali saggi: dentro un buco,
addormentato attender primavera.
invece mi convinco con l'inganno,
giacché cocciuto sono come un ciuco:
troverai fuoco prima che sia sera.
sonetto di linate
passando l'appennino guardo in basso
dal finestrino di questo aeroplano
che mi riporta a casa troppo piano
appeso fra i motori con fracasso.
io guardo e cerco sopra qualche sasso
un tetto conosciuto, da lontano.
so che è follia, che lo ricerco invano
però mi illudo e fisso guardo in basso.
marrone la pianura che ci accoglie,
di campi nudi stesi a riposare
che si dischiuda buona la stagione.
per chi ci crede, ci son già le foglie,
nascoste al suolo e pronte a rispuntare:
ma il nuovo sol sarà la guarigione?
sonetto mezzo gaudio?
son seduto bevendo margarita
al banco al ristorante thailandese:
ceno da solo senza aver pretese
che qui si mostri il senso della vita.
la musica è monotona e ritrita,
di quella che solletica le attese
mimando con il basso grandi imprese
e che alla fin si mostra senza uscita.
e meno mal che i gamberi piccanti
reclamano attenzion, che la barista
sommessa piange e cerca di sparire.
a non star bene, certo, siamo in tanti,
e ci riconosciamo a prima vista:
ma che sia mal comun non può guarire.
sonetto epitaffio
ho traversato in volo qualche fuso
e son di nuovo al caldo dell'estate,
il sole batte torride frustate
ed io dentro un ufficio mi sto chiuso.
al cambio di stagione sono aduso,
così come alle quattro bischerate
che fanno il mio lavoro: pagliacciate
di cui nemmanco io capisco l'uso.
chi vola, viene, va, senza mai posa,
diventa caro al cielo e dal conflitto
se n'esce per discender fra le argille.
se mai provi pietà, porta una rosa
sopra al mio cippo, dove sarà scritto
qui infine si rilassa un imbecille.
sonetto del niente
il tuo lavoro è ciò che ti compiace:
anche se assorbe tutta l'energiä,
e se il tuo tempo par che corra viä,
tu sgobbi e sudi senza darti pace.
lavori duro, che ne sei capace,
senza sprecarti in gran filosofiä:
però non vivi privo d'allegriä,
anche se sembra un buonumor mendace.
di ferie ne fai poche, che di fuori
dei quattro muri non sai cosa fare:
ma lo stipendio, cribbio, è confacente!
solo talvolta cambi i tuoi colori,
quando distratto pensi per errore
che quel che tieni fra le mani è niente.
sonetto fitness
vogliamo pettorali prorompenti
e ventri lisci, piatti e depilati:
per questo con dei ritmi da forzati
ci dedichiamo ai nostri allenamenti.
in pausa pranzo (noi siamo efficienti)
solleviam pesi con gesti curati
come le star dei fogli patinati,
o ci ubriachiamo con i piegamenti.
dannose sono le ore dell'ufficio
e così tante che fondamentale
diventa rimediare con premura
al loro velenoso maleficio.
avere uno stipendio non è male:
se crea la malattia, paga la cura.
sonetto e(r)metico
io callo l'astorpieto, salvamente,
non fusso la putirra, il gibigeto,
e quindi blasco renilendo neto:
la quasta svila sulla pana crente.
se non lo callo, quale visa zente,
stantirra il piso che mi cridisseto
ed io lo munfo di clinizio e deto,
a mo' di glasco, molostariamente.
ah, la plintra niggiana del satillo,
che sblitta fane più del mipadire...
mi fuva bista, dinta di crestura
del pradimisto sul grulìo dapillo.
ma sulca la diponta in citolire,
e scratenizza, piolta, la paüra.





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