sonetto uguale agli altri
intanto i giorni passano uno dopo
l'altro uguali, fra memo e documenti,
videoriunioni ad orari indecenti,
lotte politiche prive di scopo.
le discussioni stressate col capo
sempre di meno ci dan turbamenti:
stiamo perfetti nei nostri indumenti
e l'indomani cominciam daccapo.
intanto il tempo vola e porta via
gli amici ed i contatti, le serate
passate a fare a chi la spara grossa.
ma almeno avessi qualche cosa mia,
oltre alle mie memorie sgangherate,
che mi dia senso, che mi dia una scossa.
sonetto dodici rate senza interessi
se sta il tuo struggimento in un oggetto,
il plasma col surround, il cellulare,
anche se sei in bolletta puoi comprare
pagando con le rate fra un annetto.
vieni con la tua busta, benedetto,
dimostra che sei in grado di pagare:
del tan e taeg potrai meravigliare,
nel bengodi ti troverai eletto.
se degli acquisti i mezzi stan mancando
è facile inventar la scappatoia:
non serve di finanza essere un drago.
adesso io son qui che sto cercando
il negozio che liquida la gioia
ed ogni rata per averla pago.
sonetto dei caraibi
ma quante son le volte che si dice
adesso mollo questo mondo vile
che sono stufo d'ingollare bile
e di marcire fino alla radice.
un barettino, quel che mi si addice,
a gran distanza dal mondo civile,
sopra una spiaggia, lontan dal porcile,
mescendo birra per gente felice...
fino ai caraibi prima o poi mi scappo:
voi per vedermi verrete in vacanza,
che di sicuro ve l'offro, da bere.
e mentre ci si avvolge in questo drappo,
si conia già la prossima lagnanza,
senza poter, giacché non c'è volere.
sonetto delle parole
le parole si mettono una dietro
l'altra, cercando di dar loro un senso,
sperando che non abbian passo denso,
ottuso e lento in questo mondo tetro.
con le parole verità io impetro,
cercando di seguire del buonsenso,
ma poi mi scopro verso me in dissenso
e mi darei dei calci nel didietro.
sarà che sto finendo le parole,
pensavo averne tante nello zaino
e invece arriva il tempo del silenzio.
io che dei verbi un tempo feci prole,
le rime par che adesso le ringuaino
e infine da me stesso mi licenzio.
sonetto della realtà e della finzione
la realtà è spessa, non è reality,
come ci spaccia la televisione
che ci propina finta commozione
dando ai nostri affetti nuovi aliti.
è altro la realtà, non jet-society,
con cui le masse si vuol far cialtrone,
prive di scopo, senza decisione,
di tecnoshopping felici militi.
è gratis che ci danno dei modelli
di sentimenti ormai così scontati
che dei cliché s'è perso anche il ricordo.
e non ci turba che qualcun ci uccelli,
giacché noi siamo ben disciplinati
e a guardar fuor non ci sporgiam dal bordo.
sonetto dei mostri
ci sono giovedì sera che piango
davanti alla televisione: strano
dirlo per me, che son così mondano
ed ogni melensaggine mi sfango,
che meno sensibile di un orango
mi dimostro spesso, che contromano
vado rispetto al facile baccano
delle pellicole di basso rango.
ho pianto tese lacrime nascoste,
tenendo i miei motivi ben celati,
come fa un gatto che non si dimostri.
e poi, guardando fuori dalle imposte,
gli occhiali sopra il naso ben calcati,
cercavo di trovar nel buio i mostri.





Ultimi commenti