sonetto facciamo che
facciamo che non eravamo qua
e che era estate sotto il solleone;
facciamo che aprivamo l'ombrellone,
da soli in spiaggia come maragià.
facciamo che di fronte al "come va?"
si rispondeva senza esitazione
che andava bene, per non dir benone,
e che non si poteva aggiunger "ma".
un tempo usavo molto il verbo fare
e ci facevo il mondo che volevo,
a mio piacere nuovo ogni momento.
come facessi non me lo rammento.
adesso fare non mi dà sollievo:
io nulla più, da grande, so creare.
sonetto che si finge libero
se scrivo versi non lo fo per caso:
i versi, si sa, non servono a niente
e questo sicuro non piace alla gente
che pensa opportuno spingere il naso
soltanto nel lucro e mai nel parnàso.
di giorno produci in modo efficiente?
spandi la sera con fame indecente?
bravo ragazzo: tu pisci nel vaso.
io piscio fuori, giacché proprio a nulla
posson gli strani miei versi servire:
non a plusvalenza ma neanche a sconti,
nemmanco a fascinare una fanciulla.
però nessuno me li può proibire:
e questa verità, padron, l'affronti.
sonetto che ne val la pena?
ne vale, val la pena di esser vivi,
o per lo meno quando val la pena
d'esserlo, vale calcare l'arena,
lottando e difendendo l'esser vivi.
ma quando val la pena di esser vivi?
a volte tutto ti volge la schiena
e la realtà, di troppo peso piena,
ti dice che non vale l'esser vivi.
ma oltre all'esser vivi, cosa abbiamo?
se non ne val la pena, tanto vale,
forse potremo dir d'aver provato.
ma questa storia a chi la raccontiamo?
io guardo il cielo e molto me ne cale:
forse è solo per questo che son nato.





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