sonetto dei fili del bucato
i fili del bucato van puliti
con cura, quando l’inverno finisce,
ché la polvere, ché i detriti
delle ciminiere lasciano strisce
sul bucato, su lenzuola e vestiti,
e se il cambio di stagione sfinisce
di suo, se il caldo ci lascia basiti
di marzo, quando qualcosa ferisce
i panni lavati di fresco, siamo
feriti anche noi. così, si passa
la spugna umidiccia sui fili stesi
fra i rebbi verdi, per i giorni attesi
del sole e delle pulizie di massa,
a cui per ritual ci dedichiamo.
(dicon sopravviviamo?
se va l’inverno e viene primavera
meglio pulir, prima che torni sera.)
sonetto spaccatesta
staccalatesta, buttala lontano,
distogli dai pensieri i tuoi pensieri,
che già pensar lo fai malvolentieri:
sei lucido a livello di un alano.
staccalatesta, vattene lontano,
prenditi un anno di pensieri veri:
sabbatico a giocare all’alighieri,
in riva al mare oppure da gitano.
dice la posta amica, testastacca!
ti mangi dal di dentro ad occuparti
di questo e quello e tutto senza requie:
non c’invitar domani alle tue esequie…
ma ecco un altro mail viene a bussarti.
la testa guarda ancora e poi si spacca.
sonetto al semaforo
fermandomi al semaforo, sovente,
per istinto mi giro a contemplare
fra le auto attorno, quella qui adiacente,
e il volto dei sodali d’aspettare.
si gira il mio vicino immantinente,
lo sguardo mio indiscreto a ricambiare:
contatto breve, quasi un accidente,
entrambi ritorniamo ad aspettare.
che cosa si confronta? che si busca?
di fronte a noi cammini a noi consueti,
di fianco a noi destini similari.
lo sguardo si dissolve, si va in crusca,
ci lascia ancora soli e nulla lieti:
ci rivedremo un giorno. sì, magari.
sonetto retorico (in mezz'ora)
i tropi del mio dire son complessi.
spesso onomatoparlo, da fumetto,
e c’è chi non mi ascolta con diletto:
gente che pasce sol di parallassi,
che dentro dell’occipite ci ha i sassi
ma ne ricava fama e stipendietto.
ogni sintagma che sta nel mio detto
me lo proteggo e curo contro d’essi!
se fossi tu nella mia metonimmia
sinestesia totale ti farei:
assaggia sulla pelle i polpastrelli
e annusa questi rantoli da scimmia.
pensier da anadiplosi sono i miei,
miei sono sogni inquieti e niente belli.
sonetto quanto durano le cose
il detersivo per i piatti dura più
di un anno: una goccia sulla spugna,
ché da pulire non c’è poi ‘sta sugna,
se dentro i piatti mangi solo tu.
l’insalata nel frigo alcuni giorni,
un divano svedese anche degli anni,
un motore finché regge ai suoi affanni,
infinita la carriera se non storni.
il dolore un istante od una vita,
ma come canta quello, ci fai il callo.
quell’altro, una vita od un istante
e chissà se ti abitui alla ferita.
torno a tuffar le mani nel lavello:
il mio sapone è ancora traboccante.





Ultimi commenti